20130307193654Le Politiche Sociali come rilancio dello sviluppo economico e sociale: Proposta per un “Patto da affiancare al DEF e alla Legge di Stabilità 2015

Le proposte inserite nel DEF e nel Disegno di Legge Stabilità per il 2015, dimostrano che la grave crisi economica e produttiva del Paese è ancora in atto e come ogni anno crescano le diseguaglianze economiche e sociali, soprattutto per le persone più deboli, dai bambini agli anziani ai portatori di disabilità. Per dirla con Amartya Sen, premio Nobel per l’Economia, i diritti dei più deboli, devono essere una delle maggiori preoccupazioni di una buona amministrazione pubblica, che per risollevare i cittadini da una crisi, deve investire a favore dei più deboli: non c’è sviluppo, se l’economia rivolge le sue attenzioni solo a chi può partecipare al processo produttivo. Occorre certo investire per la produzione e per favorire il lavoro, ma anche in attività che possano accrescere la fiducia nei cittadini, nelle famiglie, nelle imprese che otre che aumentare il benessere della nostra società – crea coesione sociale, necessaria precondizione per lo sviluppo e l’occupazione. Sotto questo profilo le “politiche sociali” oggi superano le forme di riparazione del danno, proprie dell’assistenza, per diventare agenti di promozione dei più deboli, di chi ha minori capacità di stare sul mercato, di chi vive con problemi fisici, psichici o è non autosufficiente. Non basta la tutela della salute ad affrancare queste persone dai bisogni quotidiani, ma è necessario offrire loro opportunità per vivere dignitosamente. E va anche sottolineato che le attività di cura sono a loro volta occasione di occupazione. Nonostante questi nobili principi, le politiche sociali hanno attraversato e attraversano momenti di grossa instabilità, finanziamenti sempre più ridotti in modo da fornire risposte solo ai più gravi. E’ in questi termini che le Regioni e le Province autonome, con la condivisione di ANCI, hanno trovato un’intesa con le Forze Sociali a partire dalle Organizzazioni Sindacali (CGIL, CISL, UIL) al Forum del Terzo Settore, per proporre con forza al Governo di affiancare, almeno per il triennio di vigenza, il Documento Economico e Finanziario (DEF) e la Legge di Stabilità 2015, un Patto per le politiche Sociali e la Famiglia che dia solidità ad un sistema sociale “essenziale”, non solo come strumento di aiuto ai cittadini più deboli, ma come rilancio delle politiche di investimento e di occupazione, sottolineando come i servizi sociali, siano fonte di lavoro per la mano d’opera giovanile e femminile e fonte di nuova imprenditorialità ad opera soprattutto del Terzo Settore e della Cooperazione, quali organismi del capitale sociale che partecipano alla crescita del Paese.

E’ cambiata la modalità di valutazione del PIL e deve anche cambiare il sistema di imprenditorialità sostenendo quei cittadini che vogliono/possono investire sul capitale umano. Il significato di un Patto, come si è fatto per quello della Salute, è quello di impegnare in una forma di sussidiarietà verticale e orizzontale le Istituzioni: dallo Stato alle Autonomie per assicurare risorse continuative ai fini della stabilità del sistema. Si tratta di investimenti, che non rappresentano solo costi, ma indicatori che migliorano la tenuta del Paese sostanziandosi:

  1. nell’individuazione dei LEP, già previsti dal lontano 2001 dall’articolo 117 della Costituzione, sulla strada già intrapresa dalle Regioni con l’individuazione degli Obiettivi di Servizio, in modo da assicurare i livelli essenziali, su tutto il territorio;

  2. nell’assicurare una triennalità di investimenti, a partire dal 2015, con sostenibilità crescente;

  3. Nel consolidare le scelte e gli orientamenti di politica sociale a favore di una programmazione pubblica che valorizzi il ruolo degli Enti territoriali del Terzo settore e delle Organizzazioni sociali, demandano la realizzazione delle attività al’imprenditoria sociale, in un quadro di regole certe e condiviso anche in coerenza con la L. 328/2000;

  4. nell’introdurre misure che facilitano equità di accesso ai servizi (ISEE), già predisposte e se necessario, con ulteriori adattamenti dopo un primo periodo di applicazione;

  5. nel superare le frammentazioni troppo spesso introdotte, anche dal livello centrale, che polverizzano le risorse finanziarie e non consentono economie di scala;

  6. nel facilitare e supportare – nel senso più pieno e concreto – le Famiglie, a partire dai servizi per l’infanzia e con una “buona scuola” che faciliti oltre l’istruzione, l’avvio al lavoro;

  7. nel migliorare le condizioni di salute per chi ha problemi di disabilità e di non autosufficienza, valorizzando nella maniera più ampia l’integrazione sociosanitaria, orientando gli stessi LEA sociosanitari, non come un segmento di salute, ma come progetto globale sulla persona avvalendosi anche delle risposte sociali;

  8. nell’avviare immediatamente una misura che possa considerarsi tale per il contrasto alla povertà (citando ad esempio la proposta dell’Alleanza contro la Povertà, sull’introduzione del Reddito di Inclusione Sociale – REIS), superando le forme di “social card”, già sufficientemente sperimentate, ma che non contrastano gli effetti di una vera povertà.

I soggetti promotori del Patto, ben consapevoli che non si può “avere tutto e subito”, pur mantenendo le proprie specifiche proposte, concordano su interventi graduali che però vadano a regime in un arco temporale definito e secondo le indicazioni in premessa fornite, destinando almeno le risorse sotto riportate. Il Patto dovrà prevedere che già nella legge di Stabilità 2015 siano contenuti finanziamenti certi, non suscettibili a tagli ed esclusi dal patto di Stabilità, come già avviene per il sistema sanitario:

  1. Fondo nazionale Politiche Sociali che partendo da almeno 400 milioni nel 2015 abbia una stabilità incrementale, almeno triennale, raggruppando finanziamenti, disarticolati e spesso irrisori e procedendo anche alla separazione delle dotazioni regionali, rispetto a quelle statali a favore dei Dipartimenti, in maniera che le risorse da assegnare alle Regioni e alle Autonomie, non siano residuali;

  2. Ripristino di un Fondo Famiglia – che possa chiamarsi tale – con la dotazione di almeno 100 milioni di euro per il 2015, anch’esso con un consolidamento triennale, per riprendere il Piano Nidi ed i servizi per la prima infanzia, previsti anche da proposte di legge in discussione al Parlamento;

  3. Fondo Nazionale per la Non autosufficienza, con la dotazione a partire dal 2015 di almeno 400 milioni di euro, che affiancandosi al Fondo Nazionale per le Politiche Sociali, permetta politiche integrate per la non autosufficienza e la disabilità di diverse gravità. Sulla non autosufficienza si deve arrivare ad una positiva e concreta integrazione con il sistema Sanitario. I problemi sollevati sull’appropriatezza dei finanziamenti sanitari sono condivisibili, ma ciò non significa separatezza e segmentazione degli interventi, quindi gli articoli 5 e 6 del Patto per la Salute, devono trovare una regolamentazione certa e omogenea in Conferenza Unificata, insieme ai Comuni. Solo l’organicità dell’integrazione sociosanitaria può significare “risposta globale” alla persona, permettere costi contenuti, senza sovrapposizioni, pesanti sotto il profilo economico e negative per la soluzione dei problemi;

  4. Fondo per i minori stranieri non accompagnati, secondo le quantità concordate in Sede di Conferenza Unificata nel luglio u.s. (non inferiore a 40 milioni) assegnato al Ministero competente e adeguato secondo il trend dei flussi non programmati di migranti;

  5. Avvio da gennaio 2015 di una misura stabile di contrasto alla povertà, progettuale e pattizia, basata su un universalismo selettivo, da meglio definire tra i livelli istituzionali, con la partecipazione attiva del Terzo Settore, che tenga conto anche delle diverse proposte già formulate.

Le proposte formulate consentono anche di realizzare una Governance che potrà valorizzare al massimo il principio di sussidiarietà, nei confronti del Terzo Settore e delle Organizzazioni sociali, con rapporti armonici tra i diversi livelli di governo, rispettosi delle competenze costituzionali, per un’operatività comune che migliori l’efficacia e la qualità dei servizi.

L’avvio della Programmazione Europea 2014/2020 con l’Obiettivo 9 (Inclusione sociale e lotta alla povertà), oggetto di grosso impegno della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, ma anche delle Organizzazioni sociali, potrà anch’essa rivitalizzare le politiche integrate per l’assistenza ai minori (nidi), agli anziani e ai disabili, con il lavoro di cura a favore della non autosufficienza.

A quanto proposto va aggiunta anche una nota economica, con l’attenzione ai costi che le Regioni hanno avviato con l’ISTAT per l’analisi della spesa sociale al fine di traguardare a costi medi e quindi a costi standard, che agevoleranno ulteriormente le azioni di riordino e la razionalizzazione della spesa.

Roma, 30 ottobre 2014

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